21 Giugno 2019
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Notizie

Il senso di un percorso

30-05-2019 07:25 -
I.I.S. G. Carducci
Il tema di questo reading finale si è delineato casualmente in un pomeriggio di “dopo Montag”, parlando della situazione attuale della cultura e delle problematiche ormai ben note della società. Allora ci siamo immaginati un viaggio forzato, dovuto, un viaggio di salvezza e di speranza,con delle macerie alle spalle, proprio come quello di Enea. Abbiamo parlato di Agota Kristòf e della sua narrazione dell'esilio, di E. Jabes e il suo Libro dell'ospitalità. Proprio dall'importanza dell'ospitalità per lo straniero siamo giunti alla teoria dell'erranza: i poeti e gli artisti non hanno patria nel cuore. Sono spinti irrimediabilmente a viaggiare, a scoprire, ad essere nomadi bastardi e stranieri in ogni dove. Parlano lingue diverse e le uniscono in una lingua ibrida che sa di mare, di terra, di cielo. Il poeta è migrante dell'esistenza, proprio come Enea, che esule dalla sua Troia, naviga il mondo in cerca di un antidoto alla sua irrequieta fame di umanità. Abbiamo parlato di Palinuro, il nocchiere di Enea, e della sua terribile fine, ucciso in un luogo dove l'ospitalità e la pietas non lo hanno protetto, e siamo arrivati a Caproni, al suo Congedo di un viaggiatore cerimonioso, al suo Passaggio di Enea, straordinaria contaminazione tra il poema virgiliano e la realtà del poeta, ad Ungaretti e al Canto di Didone, insieme assuefatta e vittima della natura nomade di Enea. Sempre Ungaretti scrive in Girovago: "In nessuna parte di terra mi potrò accasare". Ed è da qui che noi siamo ripartiti, dalla consape-volezza del viaggio (come scrive Rimbaud nel Battello Ebbro) che il poeta deve affrontare per strappare un'illusione di tranquillità, una parvenza di pace. Fino a poter dire, come Roy Batty in BladeRunner: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi (...) E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.» Ed è a questo che serve il poeta: a far sì che questi momenti non vadano perduti. Abbiamo trattato un tema imprescindibile per il viandante: l'indifferenza. I viaggiatori si scontrano spesso con questo morbo che è prettamente umano e disumano al contempo, a cui esiste un solo antidoto, quell' I CARE, IO MI PREOCCUPO DI CIÒ CHE STA ACCADENDO, motto di Don Milani, che è l'esatto contrario di "me ne frego". Bisogna sempre cercare di capire, di mettersi nei panni degli altri, di assorbire più empatia possibile. Perché per quanto il viaggio sia l'essenza stessa della solitudine, tutti gli uomini hanno bisogno di trovare porti sicuri in cui attraccare di tanto in tanto, dove trovare una parola gentile, una stretta di mano. Abbiamo parlato poi di Pier Paolo Pasolini, maestro assoluto dell'arte di vivere, che ha fatto della contraddizione e della solitudine i cardini della sua lotta contro l'incapacità di comprendere. "Bisogna essere forti, per amare la solitudine", diceva. E le sue parole sono immortali, l'emblema supremo dell'animo del viaggiatore. Sempre P.P.P. ci parla del mondo come un'unica grande nazione, un sogno dettato dai mille spostamenti dell'uomo. Il mondo lo vede come una grande casa piena di angoli in cui rifugiarsi. E poi ovviamente gli artisti, i poeti, i viandanti hanno tutti bisogno di un luogo in cui provocare, in cui dare scandalo, in cui mettere in discussione ciò che prima era considerato verità assoluta. Tutto questo per combattere l'odio ingiustificato che dilaga oggi come dilagava ieri, cento e mille anni fa. Abbiamo approfondito la figura di Diomede, eroe sanguinario nell'Iliade di Omero, che nell'Eneide invece si scopre stanco di combattere, stanco di uccidere persone che non gli hanno fatto niente, e che lascia compiere il grande destino di Enea.
Antonio Machado scrive Caminante, ci parla del viaggio senza fine del poeta, che trova nel camminare la sua essenza nomade e solitaria. Ed è impossibile non paragonarlo al viaggio di Enea, a quell'inquietudine che non ti fa mai sentire a casa, in nessun luogo.
Abbiamo concluso con le straordinarie parole di Marina Cvetaeva e con il racconto del burattinaio Enea Kharidimos, anche lui un “camminante” no-made che viaggia dal Gange al Danubio con i suoi burattini attaccati in grembo.
Fino ad arrivare all'ultima camminata, all'ultimo viaggio, quello di Robert Walser in "La Passeggiata", metafora della sua scrittura dal cuore nomade e di una vita che si conclude davvero durante l'ultima, fatale passeggiata sulla neve nel giorno di Natale.
A Montag crediamo che, ora più che mai, sia indispensabile riscoprire la dignità e la forza della parola nella sua accezione più nobile, in grado di re-sistere al brusio e al cicaleccio scomposti del nostro tempo, un lemma ca-pace di esprimere quell’arcobaleno di emozioni troppo spesso frustrate e banalizzate da un grigiore diffuso.
“Andrò ancora per le strade del mondo con occhi sinceri, cercherò ovunque il dolore, la gioia dell’uomo (…) senza un orario, senza bandiera (…) cam-minerò tra sporcizia e denaro, senza fermarmi. Andrò ancora e quando tor-nerò sarò più vecchio e migliore, andrò ancora per le strade del mondo, po-tete contarci!”








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